Quinto racconto - breve e finale.

scritto da Beppe Tritone
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Il Ponte delle Cose Non Dette.
- Nota dell'autore Beppe Tritone

Testo: Quinto racconto - breve e finale.
di Beppe Tritone

A San Pellegrino in Alpe l’ultimo delitto non fece rumore.

Non c’erano urla.
Non c’era sangue.
C’era solo un’assenza.

Ermete non si presentò al Dopolavoro.

La sua sedia, quella inclinata, quella che obbligava ad ascoltare meglio, restò vuota per un’intera mattina.
Donato non disse nulla.
Sbagliò tre punteggi di fila, cosa che non faceva mai senza motivo.

Riccardo F. capì subito che non era una distrazione.
Era un presagio.

Ermete viveva poco sopra il paese, in una casa che odorava di legna e carta vecchia.
Lo trovarono nel pomeriggio, disteso sul pavimento, vicino alla finestra.

Non c’era violenza.
Non c’era lotta.

Solo un vecchio fascicolo aperto accanto a lui:
l’appunto sull’“ennesimo delitto” che stava studiando da settimane.

Perché sì, negli ultimi tempi qualcuno moriva.
Non assassinato.
Non ufficialmente.
Ma con una strana puntualità che sembrava un conto alla rovescia.

Ermete aveva deciso di indagare.

«Il colpevole,» aveva detto a Riccardo,
«non è una persona.
È qualcosa che stiamo dimenticando.»

Quando Donato e Riccardo lo sollevarono, Ermete respirava ancora.
Poco.
Come se stesse provando a restare.

Lo portarono sul letto.
La stanza era silenziosa.

E poi accadde.

Ermete non sentiva più il dolore.
Non sentiva più il peso.

Sentiva solo un rumore lieve.
Un passo.

Uno solo.
Leggero.

Aprì gli occhi.

C’era un ponte.

Non quello vero, quello che attraversa il torrente.
Un altro.
Fatto di luce tenue e legno antico.
Un ponte che non portava da una parte all’altra,
ma dentro.

E lì, fermo a metà, c’era lui.

Argo.

Il suo cane.

Il muso grigio come l’ultima volta che lo aveva visto.
Gli occhi fedeli.
Infinita pazienza.

Ermete si fermò.

Non pianse subito.
Sorrise.
Come si sorride quando una colpa ti ha aspettato per anni senza giudicarti.

«Scusami,» disse.

La voce non usciva dalla bocca.
Usciva dal petto.

«Ti ho portato io.
Ti ho tenuto la testa.
Ti ho detto che era per il tuo bene.
Ma io… io volevo solo non perderti.»

Argo si avvicinò.

Non parlò.
I cani non parlano.
Ma guardano in un modo che sistema le fratture.

Ermete sentì il peso sciogliersi.
Tutti quegli anni con la sensazione di aver tradito l’unico essere che non gli aveva mai chiesto nulla.

«Avevi paura,» sembrava dire lo sguardo.
«Anch’io.»

Argo appoggiò il muso sulla sua mano.

Ermete capì una cosa semplice, devastante:
non era stato un tradimento.
Era stato amore che aveva scelto di soffrire.

E l’amore, quando soffre per proteggere,
non chiede scusa.

Aspetta solo che tu capisca.

Ermete si inginocchiò sul ponte.
Abbracciò il suo cane.
Sentì il calore.

«Sei stato il mio unico compagno,» sussurrò.
«Non sono mai stato così leale con nessuno come tu lo sei stato con me.»

Argo fece un passo indietro.
Non per andarsene.
Per mostrargli il resto del ponte.

Ermete capì che non si attraversa da soli.

Si voltò un’ultima volta verso il paese.

Vide Donato che teneva il suo registro aperto.
Vide Riccardo F. in piedi, immobile come non era mai stato.
Vide la sedia inclinata.

Sorrise.

Poi fece il passo.

Nel mondo reale, il respiro si fermò piano.

Donato abbassò lo sguardo.
Non fece filosofia.

Riccardo F. chiuse il fascicolo dell’indagine.

«Il delitto,» disse piano,
«era il tempo.»

Il confine oscillò ampio, solenne.

Quella sera nessuno parlò di regole.
Nessuno parlò di controllo.

Donato prese la sedia inclinata
e la portò fuori, accanto a quella rotta.

«Non la aggiustiamo,» disse.
«La lasciamo così.
Per ricordarci che l’amore a volte è storto,
ma regge più di tutto.»

Riccardo F., per la prima volta, non indagò.

Guardò il cielo sopra San Pellegrino in Alpe
e immaginò un ponte che non divideva,
ma riconciliava.

E il paese capì che non tutte le indagini servono a trovare un colpevole.

Alcune servono a trovare il perdono.

Epilogo

Qualcuno giurò di aver visto un cane,
qualche sera dopo,
correre sul crinale sopra il paese.

Non lasciava impronte.
Ma lasciava pace.

E San Pellegrino in Alpe non fu più lo stesso.
Non perché avesse perso Ermete.
Ma perché aveva imparato
che anche l’addio può essere un atto d’amore.

-fine-

Postfazione
Dove finiscono i paesi che abbiamo amato

San Pellegrino in Alpe non è mai stato un luogo preciso.

È stato un modo di stare al mondo.

Un posto dove le regole si piegavano senza spezzarsi,
dove un oste poteva sbagliare i punteggi per giustizia poetica,
dove un investigatore scalcinato vedeva più lontano dei professionisti,
dove una sedia inclinata insegnava l’equilibrio meglio di mille manuali.

E soprattutto
era un paese dove si poteva avere paura di aver amato male
e scoprire, troppo tardi o appena in tempo,
che l’amore non è mai stato il colpevole.

Ogni racconto ha cercato un responsabile.
Un colpevole.
Un errore.

Ma alla fine si è scoperto che il vero mistero non era chi avesse sbagliato.

Era come si sopravvive alle cose non dette.

Ermete ha attraversato un ponte.
Non per andarsene.
Per riconciliarsi.

Donato continuerà a sbagliare i conti,
perché la matematica non è mai stata la sua materia preferita:
lui insegnava a perdere con eleganza.

Riccardo F. probabilmente aprirà un’altra indagine.
Ma ogni tanto, quando nessuno lo vede,
si fermerà a guardare una sedia vuota
come si guarda un orizzonte.

E noi?

Noi abbiamo abitato questo paese per un po’.
Abbiamo riso delle sue assurdità,
abbiamo difeso il suo disordine,
abbiamo temuto le sue ombre.

Se chiudendo queste pagine senti una lieve malinconia,
è perché San Pellegrino in Alpe ha fatto il suo lavoro.

Ti ha ricordato che:

le regole servono, ma non sono sacre

l’ironia salva più della rabbia

e l’amore, anche quando fa male,
resta l’unica indagine che valga la pena condurre

I paesi immaginari non muoiono.

Si spostano.

Ogni volta che qualcuno sceglie di perdonarsi,
ogni volta che una sedia resta un po’ storta,
ogni volta che un cane viene ricordato con gratitudine e non con colpa,

San Pellegrino in Alpe riapre.

Silenzioso.
Testardo.
Gentile.

E forse, da qualche parte,
su un ponte che non divide ma ricuce,
qualcuno sta ancora aspettando
di essere perdonato.

Quinto racconto - breve e finale. testo di Beppe Tritone
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